Cultura leggera, Feuilleton

Con le tartarughe si fanno i pettini -10 di Clementina Coppini

Pensavo alle poesie di Spoon River e più ci pensavo più sentivo che la morte era lì in giro. Certo per la suggestione creata dalla lettura. O no?
Poche ore e avevo la risposta. Come sempre puntuale la morte si presentò. La mattina dopo mi chiamò mio padre per salutarmi. Ultimamente lo faceva ogni tanto, quando non aveva altro da fare. Aveva come un rantolo affannato nel respiro e gli dissi che sarei passato a trovarlo. Sono sempre stato così, uno sciocco che arranca elemosinando un po’ di affetto. Uno che ringrazia per le briciole. Corsi da lui, dimenticandomi di aver detto a Diana che sarei andato in biblioteca.
Lo vidi molto male. Era rimasto solo. Ansimava e aveva le mani e la fronte ghiacciate. Una piccola vena gli era esplosa in un occhio e così aveva mezzo sguardo insanguinato. Mi ricordava il gattino che avevo da bambina: mio padre l’aveva picchiato così forte che era diventato cieco da un occhio. Non ero riuscita ad arrivare in tempo da scuola per ricevere le botte del giorno, così le aveva prese quella povera bestia. Mi prese una gran pena, soprattutto per il ricordo del gatto, e chiamai l’ambulanza. Sapevo che doveva andare in ospedale. Me lo aveva detto lo spiffero gelato che avevo sentito entrando in casa. I paramedici lo portarono giù seduto su una sedia di metallo, perché non riusciva ad alzarsi e nemmeno a sdraiarsi. Si era come impietrito in quella posizione e mi sembrava sparuto e sottile come non l’avevo mai visto. Passai ore in sala d’attesa, senza niente da leggere. Pensai tutto il tempo a mia madre e all’ultima volta che mi aveva salutato. Era morta davanti ai miei occhi. Era nel suo letto e io non capivo cosa stesse accadendo, in quei dieci minuti in cui tutto si era svolto. Ma lei sì, e, mentre una vena le esplodeva nel cervello, un secondo prima di chiudere gli occhi per sempre mi aveva fatto un breve ciao con la mano, sorridendo. Era riuscita a dirmi addio. Subito dopo era stata messa su una barella dai paramedici e portata al Pronto Soccorso, lo stesso in cui ora stava mio padre. Mi trovavo nel Pronto Soccorso delle brutte notizie, nella stessa sala d’attesa in cui avevo trascorso una notte da incubo in attesa di conoscere la sorte di mia madre.

Segue…

Print Friendly, PDF & Email
+1

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *