Cultura leggera, Feuilleton

Con le tartarughe si fanno i pettini -11 di Clementina Coppini

Sapevo che era morta nel momento in cui mi aveva salutato, ma ci sono occasioni in cui un povero disgraziato come me non ha altra scelta che centellinarsi il dolore, perché così pensa che forse ce la potrà fare. Ero arrivato lì seguendo l’ambulanza che trasportava quella povera donna fragile e nella foga di arrivare avevo anche investito un gatto nero. Povero gatto, non l’avevo nemmeno soccorso. A un certo punto indefinito mi avevano chiamato in una stanzetta. Di fianco al corpo esanime di mia madre, che giaceva nuda su un lettino verde, un medico scortese mi aveva detto ciò che già sapevo. Aveva una nota di fastidio nella voce. Non so per cosa fosse irritato, so che in quel momento si era consolato dandomi con antipatia una brutta notizia di fianco al cadavere della persona che più amavo al mondo. Ero uscito frastornato, ero salito in macchina e avevo girato a vuoto per la città. Erano le sei di domenica ed erano le idi di marzo. Che giorno del cavolo per morire! Non piangevo nemmeno. Alle otto ero alla casa mortuaria che stavo sfogliando il catalogo delle bare e degli annunci funebri, da solo (quando mai non lo ero stato?) e poi avevo vagato per un altro paio d’ore, con dentro l’anima del gatto nero che avevo ucciso, la cui immagine si confondeva con il cadavere della mia mamma.
Stavolta toccava a mio padre. Sempre nella stessa sala d’attesa, che nel frattempo avevano rinnovato ma non migliorato. Stavolta non avevo ucciso nessun gatto. Mentre aspettavo l’arrivo della morte arriva un medico simpatico come quello di tanto tempo prima. Capisco subito che lo spettacolo a cui sto per assistere è una replica.
Chi insegna a certi dottori a comunicare con i parenti del paziente? Insomma, questo medico mi chiama in una stanzetta ed ecco che con tono sbrigativo mi fa partecipe della scoperta che quel vecchio a me non troppo caro sarebbe morto entro tre mesi, anzi entro poche settimane. Non sapevo se mi fosse caro. Ci dovevo pensare su ancora un po’. Ci avevo pensato tutta la vita, ma riflettere su certi argomenti aumenta solo la disperazione. Il medico mi disse che potevo vederlo per cinque minuti, non di più. Perché non potevo stare con lui dieci minuti visto che doveva morire? Intanto fuori mi rubavano trecentocinquanta euro, trecento dalla tasca di mio padre e cinquanta dal mio portafogli, che avevo abbandonato sulla sedia della sala d’aspetto per andare a parlare con gli empatici dottori. Ecco uno di quei giorni che non dovrebbero nemmeno cominciare. Invece cominciano.

Segue…

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