Cultura leggera, Feuilleton

Con le tartarughe si fanno i pettini -18 di Clementina Coppini

Passai così parecchie estati, senza mare, secchiello né spiaggia né sole a scaldarmi. Sono nato pallido, ma questo pallore non è solo nella mia pelle, ma nella mia vita. Invece la mia anima è di un bel rosso acceso, o almeno credo.

Finalmente la funzione ebbe termine e uscii rendendo grazie a Dio. Mi si avvicinarono un marasma di individui che non vedevo da decenni e che mi ricordavo a stento. Molti avevano le mani viscide e sudaticce e dopo un po’ di strette di mano la mia destra era fradicia. La mia mano corretta, correttamente bagnata dal dolore.

Al cimitero faceva uno strano caldo fuori stagione. Sudavo e fui sollevato quando infine arrivò il momento dei saluti. Purtroppo i saluti non sono tutti estremi. Strinsi altre mani, stavolta ai viscidi amici di famiglia. Amici e famiglia sono termini inappropriati per descrivere i presenti e la situazione contingente. Di attendibile c’era solo il viscidume che imperversava sotto i fazzoletti bagnati di lacrime finte.

Tempo una settimana scoprii che uno mi doveva dei soldi che non avrei mai più visto, però insieme al denaro non vidi più nemmeno lui e fatti i conti la sua sparizione fu un bel vantaggio. Un altro era il socio di mio padre, da quel momento socio mio, un imbroglione lumacoso che fece di tutto per derubarmi, con suo gusto e mio disgusto. Rinunciai al denaro per il privilegio di non doverlo più incontrare. Al camposanto piangevano, insieme alla lurida fidanzata senescente di mio padre, svanita alle prime avvisaglie della malattia e ricomparsa all’annuncio del trapasso per cercare di estorcere quattrini. Prima si inventò un testamento che toglieva a me per dare a se stessa, poi s’incarognì per uno specchio orribile e di cattivo gusto che stava a casa di mio padre ma lei sosteneva essere suo. Lo voleva e ne pretendeva la restituzione. Vista la pacchianità dell’oggetto avevo intenzione di restituirlo, ma poi le decise che in realtà non desideravo davvero renderlo al legittimo proprietario. Chissà perché. Allora decisi di tenermelo. Avevo lasciato perdere tante cose, ma lo specchio no, non me ne sarei privato. Ne feci il mio trofeo di guerra, di quel brutto coso. Così la mia spoglia opima approdò in soffitta, in trionfo e polvere. Attualmente è appesa di fianco al mio letto e ogni mattina, quando apro gli occhi, mi viene da ridere. Ancora adesso rappresenta una puerile rivincita. Povera rivincita e povero me, che gioisco di tali impagabili miserie.

Segue…

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