Cultura leggera, Feuilleton

Con le tartarughe si fanno i pettini -15 di Clementina Coppini

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Un giorno trovai mio padre seduto per terra in bagno in un lago di una sostanza appiccicosa e maleodorante uscita dal suo povero corpo gonfio. Lo alzai, lo lavai, lo vestii e lo aiutai a mettersi a letto. Era agitato e respirava male. Chiamai il medico del ricovero per malati terminali che c’era vicino a casa mia. Quando mio padre era uscito dall’ospedale ero stato indirizzato lì e loro mi avevano detto di contattarli quando fosse giunto il momento. Si chiamava hospice ed era un posto dove si andava a morire. Non avevo voluto portare con un’ambulanza mio padre da un ospedale a un altro, perché, per un accordo non scritto e senza alcuna frase detta, avevo capito che lui preferiva un trapasso casalingo, tra i rumori delle stoviglie della cucina e del telegiornale della sera. Quante volte, guardando i programmi della prima serata, ho pensato all’ultima volta in cui avrei guardato la normalità attraverso quel filtro. L’ultimo notiziario, l’ultimo telefilm arriva per tutti. Lo stavo pensando quella sera, quando il dottore suonò. Diede un sedativo a quel pover’uomo, che proprio quella mattina era stato lavato da me e da un infermiere che mi aveva aiutato a mondarlo e profumarlo in una sorta di purificazione rituale. Lui si addormentò con il respiro pesante di uno i cui polmoni stanno per essere invasi dai liquidi e il medico gli applicò al braccio una farfallina con un ago in vena. Non ero un medico, avevo bisogno che qualcuno prendesse la mira per me per facilitarmi il compito. Avere già l’ago in vena aiuta il profano a fare l’iniezione finale. Loro lo sapevano e lo facevano con grazia e in silenzio. Erano un istituto religioso che aveva rispetto della vita e della sua fine.

Mio padre iniziava già a rantolare pesantemente quando gli praticai la prima iniezione di morfina e poi la seconda, per scongiurare le sofferenze i cui sintomi, che mi avevano ben descritto, avevo riconosciuto subito. Quando i polmoni iniziarono a collassare i rantoli finirono e il respiro si fece lentissimo e regolare, a parte un penoso ma tollerabile fischio. Era calmo o quantomeno incosciente, povera anima.

Segue…

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